QUADERNO secondo/4.
La filosofia e la tolleranza.
 (Capitolo Otto del manuale di L. Ardiccioni, Filosofia, 2, G.
D'Anna, Messina - Firenze. La parentesi dopo la fonte di ciascuna
lettura contiene il rimando alla pagina di questo volume).
Introduzione. La tolleranza nel Cinquecento e nel Seicento.
Il problema della tolleranza, ancora oggi tanto attuale,  vecchio
come la storia dell'uomo. Ma esso venne posto al centro del
dibattito filosofico a causa delle guerre di religione del
Cinquecento e del Seicento e ci ne ha condizionato la
comprensione fino ai nostri giorni. Il dibattito si svolse fra
coloro che erano favorevoli all'intolleranza i quali, credendo
d'interpretare correttamente la dottrina cristiana, ponevano al
primo posto il valore della verit espressa nel dogma e coloro che
invece erano favorevoli alla tolleranza perch ritenevano che il
vero seguace di Ges Cristo dovesse porre al primo posto l'amore e
la compassione per gli uomini.
All'inizio tutti i capi religiosi erano favorevoli
all'intolleranza. Anche Lutero, che condannato come eretico, aveva
insistito sulla necessit della tolleranza, aveva poi cambiato
idea quando la situazione gli era divenuta favorevole. La
tolleranza cominci a diventare una questione importante dopo la
condanna a morte di Michele Serveto (1553). Essa fu voluta da
Calvino, convinto di difendere in questo modo la causa di Dio.
Prima di procedere all'esecuzione della sentenza contro Serveto,
il riformatore ginevrino aveva comunque chiesto alle altre Chiese
riformate della Svizzera di esprimersi in proposito e tutte
avevano dato parere favorevole alla condanna a morte.
La battaglia per la tolleranza inizi con un'opera dello svizzero
Sebastiano Castellione, discepolo di Erasmo da Rotterdam. Essa
vide la luce - firmata con uno pseudonimo - l'anno seguente la
morte di Serveto (1554), e aveva per titolo: Sugli eretici, se
siano da perseguitare. La tesi sostenuta nell'opera era che la
persecuzione degli eretici fosse un vero e proprio pervertimento
del messaggio cristiano, una grande vittoria del demonio. Cristo,
l'agnello di Dio, aveva accettato senza reagire la violenza dei
suoi nemici, mentre i cristiani osano attribuire a Cristo ci che
essi fanno per comando e istigazione di Satana. Castellione
faceva presente che ormai tutti i cristiani consideravano eretici
quelli della parte avversa e quindi gli stessi cristiani erano
diventati eretici gli uni per gli altri. Inoltre la persecuzione
trasformava alcuni dei perseguitati in martiri e gli altri in
ipocriti. Infine Castellione osservava che gli eretici non erano
idee ambulanti, ma esseri umani e che i furori omicidi potevano
essere calmati con l'uso della ragione, di quella ragione umana
che si fonda sul Lgos giovanneo, che  la luce che illumina il
mondo e che accett la persecuzione e la condanna piuttosto che
usare a sua volta la violenza contro i suoi nemici.
L'anno seguente si arriv alla prima formulazione (giuridica) di
una possibile tolleranza con la pace religiosa di Augusta
(1555), fondata sul principio molto politico e poco religioso del
 cuius regio, eius religio. Dopo il Patto dei dissidenti del
1573 la pace religiosa e una larga tolleranza trionfarono anche in
Polonia, che divenne la meta preferita dai perseguitati di tutta
Europa e dove furono scritte alcune fra le pi importanti opere a
favore della tolleranza. Jacopo Acconcio (1492-1566), muovendosi
sulla stessa linea di Castellione, scrisse Gli stratagemmi di
Satana. La sua tesi era che la verit non si deve difendere con la
forza. Egli era anche convinto che una riduzione dell'apparato
dogmatico ed il corretto uso della ragione avrebbero riportato i
cristiani all'unit. Ci sarebbe avvenuto non appena si fosse
ridotta l'emotivit, con cui in quel periodo ognuno sosteneva la
sua tesi contro le altre.
Mentre una precaria pace religiosa era stata raggiunta in Germania
ed in Polonia, in Francia la guerra civile mostrava tutti i suoi
orrori e crudelt, i quali a loro volta facevano crescere
l'attenzione e l'interesse al problema della tolleranza, che
divenne l'argomento pi importante dell'epoca. Le opere a favore e
contro di essa si moltiplicavano. Tutta l'Europa partecip al
grande dibattito, che per avveniva fra forze disuguali. Spesso
coloro che erano favorevoli alla tolleranza dovevano pubblicare le
loro opere di nascosto, usando pseudonimi, celando data e luogo di
edizione per tutelare la loro incolumit fisica, mentre i loro
libri venivano proibiti e condannati al rogo.
Se all'inizio il confronto avveniva soprattutto a colpi di
citazioni bibliche, si utilizzava ampiamente anche quello
strumento che gli uomini hanno in comune e che usano tutte le
volte che si confrontano fra di loro in modo non violento: la
ragione. Questo coinvolgimento della ragione ebbe importanti
conseguenze anche sul piano filosofico. Un esempio di ci 
l'opera Commentario filosofico (1686) di Pierre Bayle (vedi
Quaderno secondo/7), il grande ugonotto che si era rifugiato in
Olanda per sfuggire alla persecuzione di Luigi quattordicesimo.
Quest'opera costituisce un appello appassionato in favore della
tolleranza religiosa. In essa si sostiene che la ragione ha dei
limiti al di l dei quali non pu andare. Quando vogliamo
conoscere l'Assoluto, la ragione umana comincia a cadere in una
serie di contraddizioni, da cui non  in grado di uscire. Perci
si pu errare ed essere in buona fede. Di fronte ai limiti della
ragione sta la centralit della coscienza, dell'intenzione, del
valore morale delle nostre azioni. Perci la costrizione  sempre
un atto di violenza, e dunque  immorale. Egli concludeva la sua
opera consigliando di separare la morale dalla religione (dal
dogma), di porla al primo posto affinch fosse preservata dal
fanatismo religioso, e infine di considerare la tolleranza il
principio morale pi importante.
Intanto il problema della tolleranza si spostava sempre pi dal
piano del confronto fra le idee a quello della realt politica,
perch la natura stessa delle guerre civili imponeva con urgenza
una soluzione politica da parte dello Stato, che portasse la pace
e salvasse l'intera societ dalla distruzione. Una dimostrazione
della necessit per i politici di trovare soluzioni di compromesso
fu la guerra civile in Francia. La situazione del paese richiedeva
un superamento della formula  cuius regio eius religio  perch
bisognava rendere possibile per due religioni convivere dentro uno
stesso regno. Elaborato gi dal cancelliere del regno (e discepolo
di Erasmo) Michel de l'Hpital, il progetto di un regno con due
religioni (e una serie di garanzie per quella minoritaria) era
alla base dell'editto emanato da Caterina de Medici nel 1562. Ma i
tempi non erano ancora maturi e questa formula di compromesso,
rifiutata dai cattolici, fall. Ci vollero altri trent'anni di
guerra e di stragi, ma alla fine la logica della tolleranza ebbe
il sopravvento (Editto di Nantes del 1598). I fatti di Francia
furono importanti, perch mostrarono chiaramente che la fine
dell'unit religiosa dell'Europa era ormai un dato di fatto. Non
essendo pi possibile imporre con la forza l'unit perduta,
bisognava accettare l'idea, assolutamente nuova per l'Europa
dell'epoca, che in un unico paese potessero esserci pi fedi
religiose. Il tutto portava a concludere che, se si voleva
arrivare alla pace sociale, si doveva considerare la tolleranza un
valore fondamentale del vivere civile.
In questa prima fase fra gli sconfitti vi era anche la ragione. La
convinzione che il retto uso della ragione avrebbe riportato
all'unit perduta, molto forte agli inizi e comune a tutte le
parti, pian piano si affievol fino a scomparire. Quel grande ed
affascinante mito medievale, che Dante rappresenta cos bene nella
sua Commedia, con tutti i filosofi uniti insieme dal comune uso
della ragione per la ricerca della Verit, senza badare alle
differenze religiose; quel mito filosofico che ancora agli inizi
del Cinquecento dava tanta fiducia a cattolici e protestanti
riuniti alla dieta di Augusta del 1530 per trovare un accordo (e
ci andarono vicini!), era poi scomparso di fronte al proliferare
delle sette e alle guerre civili che dilaniarono l'Europa. Mentre
la filosofia era invitata ad un profondo ripensamento, l'urgenza
della soluzione dei problemi mise in primo piano la duttilit
dell'azione politica, la sua capacit di inventare formule di
compromesso, la necessit per lo Stato di porsi al di sopra delle
fazioni in lotta.
La dialettica interna al problema della tolleranza portava da una
parte ad una crisi della ragione (e al momentaneo affermarsi dello
scetticismo), dall'altra nella direzione della laicit dello
Stato: due temi su cui era necessaria un'approfondita riflessione.
Il filosofo che se ne fece carico in modo particolare fu John
Locke.
